Nel settore della comunicazione uno degli effetti più evidenti della globalizzazione è costituito dal cosiddetto oligopolio mediatico, vale a dire dalla concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa nelle mani di poche multinazionali. Il fenomeno si è affermato soprattutto negli anni '90, caratterizzando la produzione e la distribuzione della comunicazione sia all'interno dei singoli paesi, sia su scala internazionale. Le maggiori multinazionali che controllano l'intrattenimento e l'informazione sono statunitensi. Ad esse, bisogna aggiungere circa una cinquantina di società - in prevalenza queste aziende sono nordamericane, giapponesi ed europee - che si spartiscono le altre quote di mercato in ambito mediatico. Enormi sono gli interessi economici che ruotano intorno alle singole multinazionali che, nel gioco concorrenziale, prevedono i maggiori ricavi piazzando i propri prodotti nel mercato straniero. Recentemente, inoltre, si sono verificate alcune importanti fusioni societarie che, di fatto, alimentano l'oligopolio mediatico. Se dunque si incrociano i due dati principali di questo fenomeno (indiscriminata apertura al mercato straniero e crescente tendenza a determinare fusioni aziendali), si profilano dei rischi di natura culturale su cui val la pena riflettere: l'oligopolio mediatico uniformerà gusti, tendenze e stili di vita? Ci avviamo verso nuove forme di omologazione culturale? In tale cornice, pubblica opinione e rapporti sociali potranno essere influenzati sia nei singoli paesi sia a livello internazionale?